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Domande dei Lettori |
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Le risposte più recenti |
La Tua Domanda |
La Nostra Risposta |
Gentili redattori, cercando una soluzione tradizionale e quindi ecologica per tinteggiare le pareti della mia futura dimora mi sono imbattuto in due ordini di problemi: il primo è la composizione della pittura.
Ho letto su di un libro una buona ricetta, semplice ed economica, per la produzione della pittura che prevede l' utilizzo di 10 l di calce idrata, 1/2 litro di olio di lino cotto, e 1/2 kg di quark magro. Già ma che cos'è il quark magro, non si tratterà di formaggio?
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Si, si tratta di formaggio.
Il formaggio entra in moltissime ricette di pitture, quelle più ricorrenti e accreditate indicano di utilizzare formaggio fresco (ricotta ecc.).
Tinte a calce >>
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La calce idrata in polvere o in pasta si ottiene facendo reagire la calce viva con acqua in condizioni controllate, tramite apparati chiamati idratatori.
La mia domanda è questa: si utilizza acqua fredda o calda?
A che temperatura? Quanta ne occorre?
Raffaele Ceccarini
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Il processo di idratazione è tra i momenti più delicati della produzione di calce.
Entrano in gioco moltissime variabili, che possono (a parità di calce viva) determinare profonde differenze le prodotto finito (calce spenta).
Il controllo della temperatura a cui avviene il processo è uno dei parametri fondamentali.
Normalmente si utilizza acqua a temperatura ambiente, ma in determinti impianti e per determinate produzioni si usa acqua calda (anche sotto forma di vapore) e talora sotto pressione. La quatità dipende dal tipo di calce, dall'impianto e dal prodotto che si vuole ottenere (polvere o pasta)
L'argomento è complesso, può approfondirlo con la lettura di alcuni testi, tra cui le segnaliamo: Schiele E, Berens LW (1976) La calce. Edizioni Tecniche ET, Milano.
Bibliografia >> |
Esiste una normativa internazionale a cui far riferimento per l'analisi della reattività della calce? Se non esiste un metodo riconosciuto internazionalmente quale metodo è meglio usare?
Andrea Bacci |
A livello europeo (e italiano) la norma che tratta, tra l'altro, della reattività della calce viva è la UNI-EN 459-2:2002.
Negli Stati Uniti, un metodo simile è descritto nella ASTM C110.
Entrambe le norme sono acquistabili on line nei siti del UNI e ASTM.
Ai soci del Forum è consentito prendere visione delle norme, presso la nostra Biblioteca previo appuntamento.
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Buongiorno,
a inizio maggio ho diretto i lavori per il rifacimento di una facciata in centro storico, più precisamente è stata pitturata la facciata con un prodotto ('commerciale' ndr) a base di calce, e steso su intonaco esistente a base cementizia, previa spazzolatura.
Premetto che è la prima volta che uso la calce e quindi ne so poco.
Una volta finito il lavoro, dopo alcuni giorni, vi sono state consistenti piogge e sotto i davanzali sono apparse colature biancastre. Su internet ho trovato la seguente spiegazione 'Naturalmente, alle superfici già finite di pitturare, dovrà essere evitato il contatto con la pioggia per almeno cinque giorni, in caso contrario si verificheranno delle colature biancastre dovute sia alla calce non ancora ossidata che alle piogge acide sempre più presenti nelle nostre città.
Per evitare questo inconveniente si consiglia di applicare sulla tinteggiatura una mano di protettivo traspirante siliconico. Per l?eliminazione dei difetti sopra descritti si dovrà ripetere l?operazione di neutralizzazione dei supporti con conseguente ripitturazione'
E' la giusto ciò? Vi sono altre soluzioni?
Dott. Ing. Andrea Lazzeroni |
Il problema che ci segnala è piuttosto ricorrente ed è uno tra i motivi che hanno allontanato i progettisti e gli applicatori dalle tinte a calce.
Oltre a confidare nel 'bel tempo', per evitare il dilavamento della tinta nei giorni successivi all'applicazione è effettivamente possibile intervenire con prodotti che rendano 'idrorepellente' la superficie.
Una possibile alternativa ai protettivi polimerici (che rischiano di pellicolare e anche di inibire i fenomeni di carbonatazione) economica e grande efficacia è quella di applicare, a distanza di massimo 12 ore dall'ultima mano, una soluzione di acqua e sapone naturale (tipo Marsilia) al 5% (50g di sapone in un litro d'acqua calda).
Così facendo, si diminusce la penetrazione dell'acqua all'interno della parete, senza influenzare negativamente i processi di carbonatazione (che sono i soli a garantire durabilità nel tempo alla tinta).
Il Forum Italiano Calce organizza momenti formativi, per coloro che vogliono approfondire le proprie conoscenze sulla calce, anche nello specifico, sulle tinte e sulle finiture a calce in architettura e nel restauro.
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Sono un allievo restauratore di pitture murali.
Ho letto che i cristalli di carbonato di calcio che si formano da un grassello CL90 (per esempio) sono di calcite. Ma questi cristalli di neoformazione, rispetto alla calcite di un marmo bianco statuario che caratteristiche hanno? E' proprio sicuro che si possa parlare di calcite?
Ottaviano Caruso |
Si tratta di calcite. Ovviamente le condizioni di formazione dei cristalli sono diverse da quelle di una roccia (ad esempio metamorfica, come il marmo) ma sempre di calcite si tratta. Dalla carbontazione di una calce è possibile si formino anche aragonite e vaterite, ma più raramente. Troverà molte indicazioni sui processi di carbonatazione nelle nostra bibliografia, e in particolare le suggeriamo la lettura di questo articolo e di questo libro. |
Ho un quesito da porvi. Cito testualmente l'articolo di Bruno Zanardi del 1984 intitolato "Della natura del Bianco Sangiovanni". Un pigmento e la lettura delle fonti pubblicato in Ricerche di Storia dell'arte (n.24): "Va subito chiarito che è impossibile, anche con analisi chimico-fisiche, distinguere l’idrossido di calcio aggiunto ai pigmenti e carbonatatosi sull’intonaco fresco, dall’idrossido di calcio già carbonatato e usato per pigmento."
Siete d'accordo con questa affermazione? Le modalità con cui si forma un cristallo di calcite formatosi dalla carbonatazione di un grassello di calce messo in opera su un muro non sono diverse da quelle di un grassello parzialmente carbonatato che, essicato, macinato e messo in opera? Si parla, in pratica, della differenza del pigmento biancosangiovanni e del grassello di calce usato come colore. Al SEM (per esempio) non è possibile riuscire a fare questa distinzione?
Ottaviano Caruso |
Nella studio di una pittura ad affresco, compiere una distinzione fra un colore bianco ottenuto mediante l’uso del Bianco Sangiovanni e quello risultante dall’utilizzo del grassello di calce è decisamente complesso e, al momento, non ci risultano essere stati condotti e pubblicati dati scientifici a riguardo. È bene ricordare la composizione chimica dei due pigmenti: il grassello è una dispersione acquosa di idrossido di calcio, mentre il Bianco Sangiovanni è costituito da carbonato di calcio, ottenuto dall’esposizione all’aria di grassello di calce e da una successiva macinazione delle polveri. Se l’utilizzo come pigmento del solo grassello di calce può essere una scelta teoricamente preferibile in virtù delle caratteristiche leganti intrinseche del materiale, la sua applicazione è senz’altro operazione complessa per via della particolare trasparenza del pigmento, da cui deriva un più difficile dosaggio al momento della stesura pittorica. D’altra parte, l’utilizzo del Bianco Sangiovanni, polvere inerte priva di proprietà leganti, che assicura maggiore potere coprente al momento dell’applicazione, generalmente, viene eseguita disperdendo il pigmento proprio in grassello di calce. Una volta terminato il processo di carbonatazione dell’idrossido di calcio, i due pigmenti diventano indistinguibili dal punto di vista chimico, essendo costituiti entrambi da carbonato di calcio (calcite). A tal proposito, alcune considerazioni potrebbero essere fatte sull’aspetto morfologico e dimensionale dei cristalli di calcite presenti nei due pigmenti. È evidente come le differenti condizioni (temperatura, pressione) di formazione dei cristalli di calcite, dovute ai diversi momenti di produzione e applicazione dei due pigmenti, possano influire sulla dimensione dei cristalli. Così come è ipotizzabile che la macinazione delle polveri richiesta per la produzione del Bianco Sangiovanni possa aver prodotto grani di pigmento dagli spigoli più vivi, rispetto a quelli più arrotondati derivanti dalla carbonatazione in opera del grassello di calce. Mediante osservazioni al SEM, dunque, si potrebbero avanzare ipotesi circa una applicazione combinata di Bianco Sangiovanni e grassello di calce, in seguito a considerazioni sulle caratteristiche dimensionali di cristalli di calcite e il grado di arrotondamento dei grani di pigmento. |
Salve,
leggendo “Casa Antica” sono venuto a conoscenza del vostro Forum. Una bella iniziativa e un’utile fonte di informazioni in questo mare di cemento…
Vi scrivo per chiedervi notizie rispetto al metacaolino.
Questo “additivo” mi è stato segnalato da un’azienda che produce calce.
Alle prese con la ristrutturazione di una casa, mi è stato consigliato come “additivo naturale” da aggiungere alla malta da costruzione per accelerare il processo di carbonatazione.
Il mio primario interesse, però, è quello di mantenere inalterate le qualità della malta di calce quali ad esempio la traspirabilità.
Potete fornirmi qualche informazione in merito?
Grazie
Denis Zen |
Il metacaolino o caolino calcinato, è la versione 'moderna' del cocciopesto. Si tratta di argilla caolinitica sottoposta a cottura a circa 600-700°C, poi macinata.
Se usato nelle giuste proporzioni (e mai in eccesso!), è in grado di conferite alle malte di calce aerea: tempi di presa più rapidi, idraulicità e maggiori resistenze maccaniche.
Il metacaolino non accellera i procesi di carbonazione, ma reagisce con la calce
formando silicati e alluniti di calce.
La traspirabilità viene leggermente ridotta, ma nulla a confronto di aggiunta di cemento.
Metacaolino è uno dei termini presenti nel nostro Glossario della Calce. |
Gentili Redattori, non riesco a trovare informazioni riguardo alla parte numerica dei codici di classificazione delle calci aeree.
Ho chiara la distinzione CL e DL (calcica, dolomitica) e la distinzione S e Q (idrate e vive).
Non mi è però chiaro cosa indicano i numeri: 70; 85; 90 e, inoltre, cosa si intende con calci semi-idrate e come sono distinguibili dalle idrate?
Grazie in anticipo.
Magherini Claudia |
Per orientarsi con le sigle, bisogna rifersi alla norma UNI EN 459-1:2002.
In base a questa norma, la calce area può essere classificata come calce calcica, composta quasi interamente di ossido di calcio e di idrossido di calcio (sigla CL) o calce dolomitica, che contiene anche ossido di magnesio e idrossido di magnesio, (sigla DL). Immediatamente dopo a queste due lettere, la norma prevede che debba essere posta anche l’indicazione del contenuto in calcio e/o magnesio, espressa in percentuale minima degli ossidi presenti. Percentuale che può essere del 70%, 80% o 90% per le calci puramente calciche, (siglate rispettivamente CL70, CL80 o CL 90) e 80% o 85% per le calci magnesiache, (siglate DL 80 o DL 85).
Un’ulteriore sigla specifica se si tratta di calce viva (-Q), di calce idrata (-S) o semi idrata (-S1).
Il termine calce semi idrata, indica la presenza sia di calce viva sia calce spenta e si utilizza solo per le calci dolomitiche.
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